La Piazza Insanguinata
Aprile 1945.
Siamo alle ultime battute della lenta ritirata delle truppe naziste dal sud al nord dell’Italia, una ritirata che lasciò una sconcertante scia di sangue: oltre 400 stragi con un bilancio di 15.000 civili uccisi. Responsabili delle violenze avvenute appena poco più di mezzo secolo fa furono i nazisti delle SS e i soldati della Wermacht, spalleggiati spesso da elementi fascisti della Repubblica Sociale.
Di fronte alla chiesa di Nostra Signora del Rimedio di Piazza Alimonda a Genova, un ragazzo scorge truppe tedesche in sosta in Piazza Tommaseo a poche decine di metri di distanza. La decisione è presa, sale la scalinata della chiesa, imbraccia l’arma e spara. Come risposta una mitragliata lo prende in pieno, si accascia a terra, un rivolo di sangue scorre verso il selciato. Il ragazzo non ha un nome ma è uno dei 1963 caduti per la liberazione della nostra città. La storia non mente.
20 luglio 2001
Entra in scena a Genova il Summit del G8. I grandi della terra approdano in una città spaventata, presa d’assalto da migliaia di pacifisti e dalle forze dell’ordine in assetto di guerra.
Anche qui un ragazzo, di nome Carlo, prende una decisione improvvisa. Rinuncia ad una giornata al mare per unirsi alle tute bianche del corteo pacifista. Ma il destino gli ha giocato un brutto scherzo, un destino forse disegnato da chi in modo irresponsabile ordinò ai carabinieri asserragliati in Via Caffa di attaccare il corteo, già assaltato frontalmente, anche sul fianco.

( fonte: www.piazzacarlogiuliani.org )
Una mossa omicida che innescò una miccia di risposta violenta da parte dei manifestanti. Dall’accerchiamento della Land Rover Defender con all’interno tre carabinieri allo sparo di due colpi di pistola come ultimo gesto di difesa disperata, il passo è breve. Il ragazzo, colpito alla tempia, cade a terra. Il suo corpo verrà per ben due volte violato dal fuoristrada per fuggire rapidamente dai manifestanti. Il suo sangue si raccoglie sull’asfalto a pochi metri dalla chiesa.
Nel giro di pohi minuti Piazza Alimonda fu conosciuta a livello globale. Nel giro di poche ore avvenne a Genova quello che Amnesty International definì “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”.
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“Dottor Ansaldo, lei cosa fa per il G8, chiude ?” All’ennesima domanda dei clienti la risposta era sempre la stessa. “Ah, guardi, io ci sono. Di qui non mi muovo.” Sono abituato a prendere decisioni in piena autonomia. Le mie ferie di agosto erano già programmate in corrispondenza del fisiologico calo vacanziero dei clienti. A luglio il ritmo lavorativo era intenso e non avevo nessuna intenzione di abbassare la saracinesca per un evento politico che, da vicino, pensavo, poco potesse riguardarmi.
Man mano che ci si avvicinava al fatidico giorno le pressioni psicologiche si facevano però più pesanti. C’era chi parlava già di decine di casse da morto pronte per essere utilizzate. Si definivano con più precisione la aree a rischio interdette al traffico, fra cui la mia. I commercianti della Foce annunciavano serrate sempre più insistenti di fronte al dichiarato elevato rischio di violenze. Di fronte all’impossibilità da parte dei clienti di raggiungere lo studio decisi infine di chiudere il tempo necessario e di trascorrere qualche giorno in campagna.
Presi accordi con una mia affezionata cliente, la signora Russo, residente in un appartamento a fianco alla chiesa del Rimedio, dalle cui finestre si poteva scorgere facilmente l’ingresso dell’ambulatorio. In caso di necessità ci saremmo sentiti telefonicamente.
Il pomeriggio del 20 luglio accesi la radio. Le notizie non erano per niente confortanti. Si parlava di fantomatici black block che avevano iniziato ad appiccare il fuoco qua e là e a spaccare vetrine. Nella mia fervida ed ingenua immaginazione pensavo a orde di africani intente a mettere a fuoco e fiamme la città. Presi in mano il telefonino e chiamai la signora Russo. Erano le 17.26.
“Dottore ! Stia lontano, qua c’è la guerra !”. La voce della mia cliente era sconvolta. Dopo pochi secondi “Dottore, mi sono affacciata. C’è un corpo proprio qui di fronte a noi per terra. L’hanno ammazzato ! Stia lontano. Che non le venga in mente di venire qui !”. Il precipitarsi degli eventi instillò nella mia mente le ipotesi più rovinose sul destino del mio ambulatorio. Gli strumenti più costosi, acquistati da poco, l’ecografo con le sonde e poco altro li avevo preventivamente trasferiti in casa dei miei genitori, ma tutto il resto ? Rimasi con le orecchie incollate alla radio per le successive ore e ricontattai la mia cliente che mi tranquillizzò sulla momentanea e surreale quiete che aleggiava in piazza.
Si trattava di una quiete artificiosa che culminò il giorno dopo con il massacro della scuola Diaz, nel quartiere di Albaro, a poche centinaia di metri da Piazza Alimonda. Qui, prima della mezzanotte, reparti mobili della Polizia di Stato di Genova, Roma e Milano assaltarono il quartier generale del Genoa Social Forum. Alcuni attivisti stavano già dormendo. Molti dei 346 poliziotti che parteciparono attivamente all’irruzione aggredirono in modo indiscrimanto chiunque fosse all’interno. Su un totale di 93 arrestati, 82 persone vennero ferite.
Proprio in quelle ore tornai a Genova in Piazza Alimonda per rendermi conto di persona di ciò che era accaduto. Genova si stava leccando le ferite. Macchine capovolte e bruciate erano disseminate in tutte le vie limitrofe. Le banche e le pompe di benzina mostravano i segni più violenti della lotta. In piazza davanti alla chiesa decine di manifestanti accendevano candele sull’asfalto, dove il giorno prima si era spenta una vita.
“Guarda Luca”, mi raccontò a distanza di tempo un amico che abitava nei pressi del sottopasso di Corso Sardegna, ” noi eravamo alla finestra. Abbiamo visto tutto. I pacifisti stavano raggiungendo in corteo l’incrocio con Corso Torino dove le forze dell’ordine erano pronte a ricevere ordini. Improvvisamente spuntano fuori questi black block. Si mettono ad incendiare i cassonetti della spazzatura, indisturbati ed incuranti dei militi che li osservano da vicino. Quando finalmente il corteo raggiunge l’incrocio, ecco partire le forze dell’ordine. Tu mi dirai, andranno a fermare i black block. Ma no, quelli hanno attaccato senza motivo i manifestanti ed hanno scatenato l’inferno !”.
Per quello che avvenne a Genova in quei giorni vennero messi sotto accusa ben 125 poliziotti, dirigenti compresi. Nel luglio 2012 la Cassazione confermò in modo definitivo le condanne per molti alti dirigenti, alcuni dei quali al momento della sentenza ricoprivano ruoli strategici. Il ministro dell’Interno in carica Anna Maria Cancellieri aggiunse: “La sentenza della Corte di Cassazione va rispettata come tutte le decisioni della magistratura. … La sentenza mette la parola fine a una vicenda dolorosa che ha segnato tante vite umane in questi 11 anni. Questo non significa che ora si debba dimenticare. Anzi, il caso della Diaz deve restare nella memoria”.
23 aprile 1945
Il Comitato partigiano di Liberazione Genovese prende la decisione definitiva: scatenare l’insurrezione contro i tedeschi che minacciavano di distruggere il nostro porto. Il ricatto dei nazisti era stato messo su un tavolo. “Permettete alle truppe tedesche di ritirarsi nel corso di quattro giorni di tregua o bombarderemo il porto di Genova”. Fidarsi o non fidarsi delle parole del nemico ?
Venne dato l’ordine di insurrezione a cui parteciparono a fianco dei partigiani numerosi volontari del popolo genovese. Fra loro il nostro ragazzo senza nome di Piazza Alimonda. La sua audacia ed il suo coraggio non devono essere dimenticati perché purtroppo il seme della violenza, dei soprusi è sempre pronto a sbocciare. E gli eventi di Piazza Alimonda di pochi decenni dopo ne sono la testimonianza. La storia non mente.
Alle quattro del mattino del 24 aprile si odono i primi colpi di fucile seguiti da raffiche di mitraglia. Nel giro di poche ore molti quartieri genovesi da Cornigliano a Pontedecimo, da Rivarolo a Quarto, cadono in mano agli insorti. Il giorno dopo numerosi partigiani calano dai monti bloccando ai nazisti ogni via di fuga. La battaglia non risparmia nessuna zona di Genova ormai. Entro la sera i tedeschi firmano la resa, prima ancora dell’arrivo in città delle truppe alleate.
Il 26 aprile alle nove del mattino la stazione radio di Granarolo annuncia: “Popolo genovese, esulta. L’insurrezione, la tua insurrezione, è vinta. Per la prima volta nel corso di questa guerra, un corpo d’esercito agguerrito e ancora ben armato si è arreso dinanzi a un popolo. Genova è libera. Viva il popolo genovese, viva l’Italia”.
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Mi capita spesso di vedere di fronte all’ingresso del mio studio il papà di Carlo. Non penso conosca la storia del ragazzo senza nome, ma mi piace pensare che le azioni di suo figlio e del giovane partigiano, per quanto impulsive, per quanto cronologicamente distanti, rappresentino entrambe il simbolo di un atto di ribellione contro i soprusi del potere, siano essi intrinseci o estrinseci allo Stato.
Il primo agosto 1947 è stata conferita alla città di Genova la medaglia d’oro al valor militare, con le seguente motivazione:
“Amor di Patria, dolore di popolo oppresso, fiero spirito di ribellione, animarono la sua gente nei venti mesi di dura lotta il cui martirologio è nuova fulgida gemma all’auro serto di gloria della “Superba” repubblica marinara.
I 1963 caduti il cui sangue non è sparso invano, i 2250 deportati il cui martirio brucia ancora nelle carni dei superstiti, costituiscono il vessillo che alita sulla città martoriata e che infervorò i partigiani del massiccio suo Appennino e delle impervie valli, tenute dalla VI Zona operativa, a proseguire nella epica gesta sino al giorno in cui il suo popolo suonò la Diana della insurrezione generale.
Piegata la tracotanza nemica otteneva la resa del forte presidio tedesco, salvando così il porto, le industrie e l’onore. Il valore, il sacrificio e la volontà dei suoi figli ridettero alla madre sanguinante la concussa libertà e dalle sue fumanti rovine è sorta la nuova vita santificata dall’eroismo e dall’olocausto dei suoi martiri”.
9 settembre 1943 – aprile 1945”
La liberazione di Genova fu un caso esemplare, l’unico in tutta Europa dove l’esercito tedesco si arrese ai partigiani e ad un popolo senza alcun intervento militare da parte degli alleati.
Per non dimenticare.
Luca Ansaldo

Prigionieri tedeschi sfilano per le vie di Genova accerchiati dai partigiani. ( fonte: www.istitutoresistenza-ge.it )

